Sono stanco. Trentasei ore che non vedo un letto, e l’adrenalina che scivola via con il sudore, metodica come un rubinetto rotto. Coperture, appostamenti, inseguimenti, accompagnati solo da alcool e sigarette. E poi i caffè. Scendono a decine diretti nello stomaco, come lava fusa che incendia quel poco che è rimasto di vivo di me stesso. Per pochi minuti sono la cosa migliore che possa capitare nella vita, meglio di un 6 al superenalotto, o del bacio di una miss. Dopo un po’, però, cominci a subirne le conseguenze. Palpitazioni, tensioni, le mani che tremano come foglie stuprate dal vento nei primi freddi di novembre. La lucidità e l’energia arrivano sempre con più ritardo, e se ne vanno via troppo presto. E’ inutile inseguirle, si perdono all’improvviso e ti lasciano solo un bagliore che fugge lontano, impossibile da raggiungere con questa spossatezza nelle membra.
Il dannato sole di questa città getta coltelli negli occhi. E’ poderoso ed ustionante come una stella esplosa, e copre l’orizzonte con la sua cappa insopportabile, facendo sprizzare l’asfalto stesso di sudore, e sollevando un odore tipico. Tutte le città ne hanno uno. E’ un misto di disperazione, odio, morte e pezzi di pelle. Sono i passi stanchi di chi torna a casa dopo 12 ore di lavoro, le impronte di scarpe firmate costate come tanti stipendi, orme di piedi che hanno ballato troppo poco o male. Il sole di questa città annulla tutte le differenze, ci colpisce allo stesso modo e ci fa sudare allo stesso modo.
La maggior parte della gente ama giornate come queste, e si diverte non so come andando ad arrostirsi come un pollo allo spiedo sulla spiaggia. Per quanto mi riguarda, l’unica voglia che mi trasmette questo sole è quella di passare da un bar all’altro, da una trincea all’altra. Nei bar puoi trovare di tutto, spiccioli di umanità e relitti della stessa. Sono posti in cui puoi perderti. Davanti ad una birra o dietro al bancone si può aspettare che arrivi l’ispirazione giusta per tornarsene a dormire. O per colpire. La birra ormai è calda, senza schiuma, anche lei sembra aver la perso la voglia di vivere in mezzo all’apatia di questo lunedì pomeriggio. Con un sorso finisco di bere ed esco per strada, lasciandomi alle spalle il piccolo bar della stazione ferroviaria, ma non perdo il vizio di guardare le persone intorno a me. Cerco di immaginare cosa stiano pensando, dove stiano andando, che lavoro facciano o se abbiano una famiglia. Ma non sempre ci riesco. Talvolta la mia mente è soppressa da un buco nero che si porta via tutti i pensieri. Questa è una di quelle volte, forse perché il tempo è giunto.
So già tutto quello che devo sapere, ed ho visto tutto ciò che dovevo vedere. Dall’altra parte della strada il mio obbiettivo sta finendo di lavorare, incurante ci quello che tra non molto le capiterà. So che il mio capo è già posizionato nei pressi dell’entrata principale, ed ha lasciato a me il compito di sorvegliare l’eventuale uscita posteriore. Tranquillamente afferro la mia valigia, e mi porto in un angolo riparato. All’ombra comincio a smontare a mia arma, pulendola con un panno appena umido. Godo al contatto freddo e rassicurante tra lei ed i miei polpastrelli. Con lei in mano potrei andare ovunque e sfidare la Morte stessa. Conosco un modo per vincere la Morte. Chiudere gli occhi e pensare. A qualunque cosa. Un treno all’orizzonte, una lama nel vento, un chiodo nella carne, un coniglio con in mano un orologio, bottiglie vuote, bandiere senza vento. Il segreto è pensare senza organizzare la mente. Pensare di non morire. E non morire, fino a quando c’è un lavoro da portare a termine.
E’ un attimo. Il capo mi rivolge un cenno con la testa, prendo la valigia e vado verso la sua direzione. La vedo uscire veloce dal suo luogo di lavoro, quasi avesse le ali ai piedi o avesse percepito l’odore della morte. Con la coda dell’occhio ne osservo i movimenti, mentre con fare disinvolto mi immetto nel mare colorato di turisti, in coda per salire su uno dei tanti autobus che li porteranno verso il mare. Verso altro sole ed una decina di malattie della pelle. E’ veloce, lo devo ammettere. Ecco come ha fatto a freddare l’altro compagno. Non faccio in tempo a gettare per terra la sigaretta che già è saltata in sella alla bicicletta, e me la ritrovo sull’altro lato della strada. Non può scappare. Non deve scappare. Un messaggio nel cervello mi urla di correre. Inseguila. Il buonsenso mi intima di stare fermo. Troppo rischioso. Troppi testimoni. Non puoi abbandonare il capo da solo. Do un calcio al buon senso ed inizio a correre. La stanchezza è un ricordo. Cacciata via dall’adrenalina, non è altro che un’ombra di muffa su un muro troppo vecchio.
Divoro la strada. La fortuna mi viene incontro. Al semaforo si deve fermare. Addio Browning.
Sangue sugli uomini di buona e cattiva volontà. Sangue come sole, in questa città dolente. Sento l’odore, lo respiro con la bocca aperta, come un predatore della savana.
E mi piace.
Creep- La Mano di Dio